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Titolo Abstract:
La missione

Abstract:
“Facciamola saltare in aria! - esclamò Giorgio. – Le armi saranno distrutte per sempre e la guerra finirà!”.
Tutti lo guardarono stupiti.
“Io domani ho la partita di pallone. Non posso perderla. Forza, muoviamoci”.
“È meglio aspettare”, disse Jahib.
“Aspettare che cosa?”, chiese Giorgio interdetto.
“Tu pensi soltanto alla tua partita e non sai la verità”, disse secco Jabih.
“Quale verità?”. Giorgio di nuovo non capiva.
“La verità è che qui non c’è vita senza guerra”.
“Allora la vostra è una falsa missione?!! Voi non volete davvero la pace…”.
“Noi conosciamo soltanto la guerra e nient’altro e abbiamo paura di cambiare…”.
“Beh…io invece non ho paura”, affermò Giorgio deciso.
“Come si fa a far saltare la fortezza?”, gli chiese Efrel con un filo di voce.
“Come ho visto fare nei film. Seguitemi”.
Giorgio si precipitò nel salone al pianterreno. Aprì con uno strappo violento un grosso sacco e rovesciò un filo di polvere nera lungo tutto il perimetro della fortezza. Poi preparò una miccia lunghissima.
“Bisogna che scappiate”, disse.
“E tu?”, chiese Jabih.
“Io vengo per ultimo”.
Tutti gli ubbidirono e, quando fu certo che fossero al sicuro, Giorgio innestò la miccia e corse via veloce come il vento. Poi fu soltanto un boato e un volare di ali bianche in alto nel cielo.
Un tuono più forte degli altri rimbombò nella sua stanza, fece tremare i vetri e lo svegliò.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
Jabih, il falco e la colomba

Collana:


Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Nuova Vita

Abstract:
Per un po’ il tempo trascorse senza novità finché un mattino la prozia badessa mi fece chiamare in parlatorio. Aveva una faccia che non prometteva nulla di buono.
Si strofinò le mani e disse: “Ho ricevuto una lettera da casa tua. Poi ne ho un’altra indirizzata direttamente a te. È qui da un po’ e io non l’ho aperta, ma le regole del convento proibiscono alle educande di ricevere posta. Adesso te la posso dare perché il periodo della tua permanenza qui è finito”.
“Non capisco…”, accennai timidamente.
La prozia si alzò, si sistemò il velo, sospirò, poi continuò con aria mesta:
“Donata sta molto male e tuo padre manderà domani una carrozza a prenderti. Vuole che tu la saluti prima che Nostro Signore l’accolga in cielo, dove certamente lei andrà come tutte le ragazze buone e generose”.
Scandiva le parole mentre mi parlava e al ‘buone e generose’ mi gettò un’occhiata di traverso a sottintendere che io non meritavo il paradiso come mia sorella.
Chinai la testa e non dissi niente. Se avessi parlato sarei scoppiata a piangere e non volevo, lì davanti a lei.
“Non tornerai più qui – continuò lei. – Forse per te è un bene o forse no. Non sono ancora riuscita a conoscerti a fondo, ma mi piacevi e mi mancherai. Prendi con te il libro che stai decorando. Serbalo come ricordo”.
Detto questo, estrasse una lettera dalla tasca della veste, me la porse, mi appoggiò lievemente una mano sulla testa e aggiunse: “Ora vai a prepararti. Fermina ti ridarà le tue cose”.
Poi si allontanò con passo pesante.
Un nodo mi strinse la gola: mille pensieri si confondevano in testa.
Dunque finiva così la mia vita da suora. Tutta questa fatica per niente. E Donata? Avevo sperato tanto che guarisse e invece…
Che cosa mi aspettava a palazzo? Gli ordini della zia Carolina, Arnaldo, i pettegolezzi della servitù, il frusciare leggero dei vestiti di mia madre, gli sguardi di Manfredi, i tasti metallici del clavicordo, l’eco di quel tremendo delitto…Tutto mi sembrava lontanissimo come se fossi mancata da palazzo non da un anno, ma da dieci o forse più.
Stavo lì immobile stringendo la lettera in mano; frastornata.
Proprio allora udii dei colpi di batacchio sul portone; sollevai il lembo della veste e volai ad aprire. Arrivai col fiato grosso prima della suora portinaia e mi trovai di fronte la ragazza dai capelli arruffati con la sua gerla vuota. Le guardai le gambe magre: erano piene di lividi; anche un occhio era pesto e le labbra gonfie. Mi tese la mano con il foglio di pergamena che le avevo dato, piegò le ginocchia, mi fissò con gli occhi tristi e cadde a terra. La gerla le rotolò a fianco.
“Aiuto! – gridai. – Qualcuno mi aiuti”.


Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
Sii forte, Adelasia. Un Racconto al tempo del Rinascimento

Collana:
Narrativa storica

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Il tuffo

Abstract:
Bico cresce in fretta. Presto trotterella dietro alla mamma e impara a tuffarsi. "Non ho paura. Sono diventato grande".
"Sei bravissimo", dice la mamma.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
Il pinguino

Collana:
Quattro stagioni

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Perdono

Abstract:
“È brutto – le disse il principe severo - dimenticare la preziosità di un frutto che negli anni passati e con fatica ha costituito la fonte di guadagno per la tua famiglia. Ritornatene dunque al tuo vecchio lavoro e abbandona la mia tavola”.
La principessa arrossì e fremette di rabbia, ma non potè far a meno di ubbidire: tornò nel bazar e per diversi mesi il principe non ebbe più sue notizie e diventò triste.
Lui nel fondo del cuore continuava ad amarla e soffriva di non poterla ammirare, di non sentire più la sua voce.
Così un giorno la andò a cercare nel bazar vicino al villaggio e sentì la voce di una ragazza che vendeva i manghi; gli pareva la stessa voce che l’aveva colpito anni addietro, ma aveva paura di sbagliarsi. Si inoltrò tra i banchi, in mezzo alla folla, e scoprì con gioia che era proprio la voce dolce e suadente della moglie, ritornata leggera e di velluto come una volta.
Allora le chiese di tornare a palazzo.
“Perdonami – gli disse la principessa commossa e felice. - Tardi ho capito il valore della semplicità, della fatica, del lavoro. E da adesso non sarò più presuntuosa e arrogante, darò il giusto valore alle cose e saprò essere modesta anche nella ricchezza”.
E così fu che il mango divenne un frutto sempre gradito sulla tavola del principe.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
7 Favole dall'India

Collana:
Zefiro

Autore:
Sofia Gallo - Vrinda Dar

Titolo Abstract:
Nuova casa con Margherita

Abstract:
Mi occorre tutta la mattina dopo per radunare le mie cose. Ficco nella pattumiera un paio di scarpe sfondate, abbandono qualche maglia, pullover e sciarpa in favore di libri, quaderni e appunti e, carica come un mulo, riesco ad arrivare a casa di Margherita soltanto nel tardo pomeriggio.
Lei mi stava aspettando e già aveva sgombrato per me la stanza in cui mi sistemo alla belle e meglio. Mi do disponibile ad aiutarla per la cena, ma il cucinino è piccolo e mi pare di infastidirla. Mi viene da pensare a Simona. Stamattina assisteva ai miei preparativi come un’anima in pena, conscia che un filo tra noi si stava spezzando e non trovava di meglio che dispensare consigli e appelli all’uso del buon senso, accennando a mari in tempesta e pericoli in agguato, e adesso provo l’improvviso bisogno di rassicurarla, di augurarle la buona notte. Chiedo a Margherita il permesso di telefonare e la chiamo, ma dal tono della sua voce avverto che ha già assorbito il distacco, dico due parole e chiudo e mi viene un groppo in gola. Mi sento come denudata, per la prima volta davanti a uno specchio che riflette la mia immagine senza veli protettivi, con tutte le imperfezioni, le incertezze nelle linee curve, i nei, le ciglia troppo folte, i sentimenti feriti che hanno scurito il sotto degli occhi, come un incavo inedito che prima non c’era nella pelle tersa dell’inconsapevolezza. Non sono mai stata così sola, così lontana e estranea a tutto ciò che appartiene al mio passato.
E devo ancora compiere 21 anni.
Margherita si accorge del mio turbamento e gesticolando con il coltellino con cui sta pelando le patate, mi chiede di raccontarle a che punto sono della mia vita.
Le rispondo che sono in attesa. La frase mi viene di getto, perché in attesa mi sento; attesa di mettere ordine, di entusiasmi, di vittorie e di sconfitte.
Spiegarlo a Margherita è difficile. Mi impegolo in infiniti giri di parole, faccio un confuso resoconto delle mie avventure, e ne esce uno discorso senza capo né coda in cui lei, non a torto, non si raccapezza per nulla.
“Sei incinta?”, mi chiede allarmata.
“Incinta?? – rido. – Macché”.
Manco ci ho pensato, alla gravidanza
“E allora che senso ha? Non ho capito”, incalza lei per niente spazientita.
“Sono in attesa di sapere chi sono”.
“Ah, – fa Margherita - profondo!”.
Accende la radio e mette su l’acqua per far bollire le patate.
“In attesa di sapere chi sei, vai a comprare il pane, prima che chiuda”, mi dice.
“D’accordo - bofonchio. – Comunque saper aspettare è importante”.
“Forse l’attesa è di qualcuno, non di sapere chi sei, carina! Di’ le cose come stanno”.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
Diritto di volare

Collana:
Extra

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Le idee di Don Cosimo

Abstract:
Il sentiero era lastricato con grosse pietre irregolari, tra cui cresceva l’erba ed era protetto ai lati da una vecchia staccionata di legno.
Una passeggiata di qualche centinaia di metri che i bambini del paese facevano di corsa o su cui si divertivano a provare le loro biciclette, sobbalzando tra sassi e scalini, con la proibizione di scendere da soli oltre le mura diroccate del convento sulla mulattiera in disuso che portava a valle a Castelvecchio.
Quella stessa mulattiera che Sergio aveva proposto agli alunni di percorrere con lui.
La vista dal convento si apriva sulla valle e sul costone della montagna e l’aria rinfrescava, perché non trovava barriera nelle case che, come in ogni paesino costruito sui pendii dei monti, erano disposte in fila a lato della strada principale.
Don Cosimo raddrizzò le spalle, si stirò alzando le braccia oltre la testa, e disse:
“Questo posto è meraviglioso! Non sai che fortuna hai ad abitare in un posto così”.
Poi frugò nelle tasche della veste, tirò fuori la chiave che apriva la sala del vecchio refettorio del convento dove Don Carlo organizzava i suoi divertimenti bisettimanali, entrò, osservò la stufa, il calciobalilla, i tavoli montati sui cavalletti con fogli e matite sparsi e poi strinse i pugni in segno di soddisfazione.
“Scuola di pittura - disse forte. – Che ne dici? E di musica. Ti va?”.
“Qui?”, azzardò Fil stupito da tanto entusiasmo.
“Qui, certo. Dove se no? Un luogo che ispira l’arte”.
Fil non seppe subito che cosa pensare. Lui adorava Pré di Alpette per il bosco, i prati, la volpe Martina, gli animali della cascina, la segheria, la bici, il campetto per giocare a calcio, ma all’arte non aveva mai pensato.
“E poi – disse ancora Don Cosimo, interrompendo i suoi pensieri – si potrebbe rimettere in ordine e consacrare la chiesetta. Non ti pare?”.
Fil lo guardò perplesso.
Ebbe dei dubbi sul significato di ‘consacrare’ e tacque.
Comunque fu contento della contentezza del parroco, accennò un’alzata di spalle e un sorrisino per dire che lui era d’accordo con tutto ciò che si faceva nel suo paese ed entrambi si disposero a tornare.
Don Cosimo aveva fretta e un sacco di cose da sbrigare e Fil doveva ancora mettere a punto un piano per salvare la sua scuola.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
La mia scuola non si tocca

Collana:
Nuvole raccontano

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
A cosa servono i colori?

Abstract:
E cos’è per voi il giallo?
Il giallo è il colore dei pulcini del nonno Gino, urla Alessia.
Il giallo è il colore del mare, dice Kenoa.
Il mare giallo? Sì, quando è sporco, quando non c’è il sole, quando è triste, diventa tutto giallo. Perché il mare è forte e resiste, non vuole diventare grigio o nero, e nemmeno riesce a restare blu.
Il giallo è il colore del caldo, dice Arif. Il caldo del sole e della sabbia sotto i piedi, che scotta.
Il giallo è il colore dei girasoli, dice Damla, che ha visti i campi di girasole andando a casa sua, al di là del mare.
Gialli sono i fiori che ho raccolto in montagna, dice Alessia. Nella valle di Challancin. Hanno una corona di petali larghi e non si possono toccare.
Forse narcisi? Sicuro, narcisi, dice Sandrina. Sono fiori spontanei, ma si possono anche piantare.
E cos’è per voi verde?
Una selva di mani alzate: l’erba, il prato, i pini, la menta, i piselli, le fave, la salvia, i cespugli, gli spinaci, i carciofi, gli smeraldi, gli occhi di Martina, le ortensie della nonna.
Le ortensie? Sono verdi, prima di virare in azzurro o violaceo. Sì, fantastico, dice Carmela. Io conosco bene le ortensie.
Dai, finiamo il gioco. Cos’è per voi il blu?
Il mare, il cielo, i pantaloni di Karim, la penna biro, il cordino degli occhiali di Giuseppe, il sorriso della mamma.
Un sorriso blu? Sì, perché blu è un bel colore, dice Amina. E il sorriso è bello. Poi ci sono gli iris blu, il fiordaliso e l’ipomea. Sandrina conosce un sacco di fiori blu. Il fiordaliso ha il nome più bello. E allora lo scegliamo e lo seminiamo in primavera.
Ora non ci rimane che il viola. Che cos’è viola per voi?
Il prete durante la Messa, dice Giovanni.
La faccia dell’uomo arrabbiato, dice Solène.
Le melanzane, che non mi piacciono, dice Africa.
Le viole, dice Margherita che è stata zitta finora e che si chiama anche lei come un fiore.
Le viole: evviva, trovato anche l’ultimo colore, dice Carmela. Le pianteremo per prime.
La ‘MAGIA’ è davvero contenta. In primavera avrà un bel giardino arcobaleno, un giardino fiorito coi colori della pace. La pace che arriva dopo la tempesta, dopo la paura, dopo la crudeltà, dopo l’abbandono, dopo la separazione, dopo la stanchezza, dopo la sofferenza, dopo il freddo, dopo la sabbia rovente, dopo la schiuma che allaga la bocca, dopo la tenda, il fango, la fame, dopo il litigio, dopo lo squallore, la solitudine, l’emarginazione, la violenza, l’ignoranza, che arriva a illuminare un pezzo di terra in mezzo ai casermoni alti, grigi, sporchi, come l’arco nel cielo che appare tra un muro e l’altro. Un arco che si fa strada, che non si arrende, che rallegra i nostri cuori.
Un lacrima. Due lacrime, dieci, venti, trenta lacrime.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
Centrifuga

Collana:
Zona franca

Autore:
Sofia Gallo e AA.VV

Titolo Abstract:
In ospedale

Abstract:
Doveva andare direttamente in ospedale, suo padre era nella camera 21 al primo piano. Al bar se la vedeva lei.
Alfredo acconsentì. E non diede nulla a intendere al nonno.
Gli mandò un bacio con la mano e se ne andò di corsa.
Rientrare velocemente in città non era semplice, ma la fortuna gli arrise e trovò facilmente due passaggi in auto fino a Vercelli e subito saltò su un regionale per Torino. Alle 4 in punto del pomeriggio varcava la soglia dell’ospedale Maria Adelaide.
La strada per il primo piano già la conosceva, ma non era l’orario giusto di visita, quindi si intrufolò deciso su per le scale, quasi fosse un inserviente in ritardo per prendere servizio, e nessuno gli disse nulla.
Il padre dormiva a faccia in su, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato il giorno prima sulla barella. Pareva che si fosse già scavato la bara in quel letto: abbandonato, con la testa leggermente reclinata all’indietro, la bocca storta e semichiusa, un leggero russare, le braccia immobili, una mano riversa verso l’alto, visibilmente inservibile, e altra accartocciata come se l’avesse mossa in una richiesta inascoltata di farsi dare qualcosa… insomma pareva più morto che vivo.
Alberto accostò una sedia di metallo al letto e si sedette.
Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si prese la testa tra le mani. Non era per nulla sicuro di riuscire a cavarsela in quella situazione. Aveva sì e no 48 ore per trasformarsi in un bravo ragazzo. Un ragazzo che va a trovare suo padre e lo aiuta a riprendere l’uso della mano e della gamba, anzi lo aiuta in tutto, perché se mai lo rimanderanno a casa ‘come faremo?’, si domandò alzando la testa e notando nel padre un leggero movimento del capo. Teneva gli occhi socchiusi e contraeva la fronte mettendo in evidenza i solchi profondi delle rughe. Forse stava facendo un brutto sogno o forse era attraversato da un sprazzo di lucidità, una presa di coscienza improvvisa dello stato in cui si trovava. E poi, pensò Alberto, bisognava salvare il bar dalla catastrofe, perché senza due braccia forti non poteva reggere. La madre da sola non poteva certo fare tutto. E ancora lui doveva conquistarsi la promozione e cercare Fatu. Anzi avrebbe dovuto cominciare dal fondo per avere la forza di fare tutto il resto. Prima scovare Fatu, parlarle, dichiararle il suo amore e di lì caricarsi di energia per scrivere la storia, andare al bar, aiutare suo padre e Vasiliç…
Oddio, stava dimenticandosi di Vasiliç.
Si alzò di scatto, avanzò di un metro, afferrò la mano inerte del padre, si chinò a dargli un bacio sulla fronte e gli sussurrò in un orecchio: “Faccio un giro e torno”.
Il padre aprì un occhio e abbozzò un sorriso.
Abbozzò un sorriso! Incredibile. Alberto si allontanò, senza soffermarsi sulla sua emozione e andò dritto filato nella camera del suo compagno, al terzo piano. Stanza 8.

Categoria Abstract:
Cambiamento

Titolo Libro:
In una settimana

Collana:
Narrativa San Paolo Ragazzi

Autore:
Sofia Gallo
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