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Titolo Abstract:
Nel regno di Altralicanta

Abstract:
Seduto su uno sgabello in un angolo del cortile c'era un maniscalco che ferrava un cavallo.
“Perché si agitano tanto?”, gli chiese Rosalba.
“Devono fare la guerra e sono fuori allenamento”, rispose l’uomo sollevando di poco la testa. di storto.
“Far la guerra a chi?”.
“Oh, da noi si fa la guerra sempre e a tutti. Si fa la guerra perché qualcuno ha detto una cosa e un altro un’altra, perché uno ha calpestato un pezzo di terra non sua o ha sputato sui piedi di un essaggero…oppure ha detto una parolaccia più parolaccia delle altre…”.
Rosalba guardò la principessa di Alicanta e le scappò da ridere.
“Non c'è niente di divertente”, disse il maniscalco con aria seria.
“E il re dov'è?”, chiese Rosalba.
“Nelle sue stanze a consultare le mappe, ad affilare le spade, ad organizzare l’attacco”.
“Allora è È un guerrafondaio!”.
“Sì, ve l’ho detto. Pensa sempre e soltanto alla guerra e vuole che i suoi sudditi siano perfettamente allenati nel caso scoppi all’improvviso un nuovo conflitto”.
“E la regina è d’accordo?”, chiese la principessa di Alicanta.
“Oh no, e non fa nemmeno più la regina. È diventata cuoca, perché è una golosa di prima categoria e perché il cuoco non c’è più. Cioè, è lì che si allena, anche lui. Insomma, dato che tutti si devono preparare a fare la guerra non c’è più nessuno che faccia altro: non ci sono cuochi, camerieri, contadini, pastori, fabbri, falegnami, guardarobieri…”.
“Incredibile!”.
“Incredibile davvero e adesso levatevi di torno e lasciatemi lavorare. Tra un po’ la ginnastica tocca anche a me”. ... Se non fosse che i cavalli servono per la cavalleria, non avrei un minuto libero per fare il mio mestiere”.
Rosalba accarezzò il muso del cavallo, mentre il maniscalco cercava di tenergli ferma la zampa.
“Grazie dell’aiuto - sibilò quello, poi aggiunse. – Ah, dimenticavo… di dirvi che c’è anche una principessa che si è seccata di piegamenti, corse, esercitazioni, prove di tiro ed è andata a pascolare le pecore sulla collina”.
“Quale collina?”.
“Uffa! Guardatevi intorno. Di collina ce n’è una sola”.
“Ok, non t’arrabbiare – disse Rosalba. – Prima faremo una capatina in cucina, poi andremo a cercarla. sulle colline. Addio”.

Categoria Abstract:
Dialogo

Titolo Libro:
4 principesse per un regno

Collana:
Leggo io

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
La volpe troppo astuta

Abstract:
Una volta la Volpe rubò una gallinella dal pollaio e corse via con la sua preda. Sul suo cammino incocciò in una casa e ci entrò.
«Buona sera, signori!», disse gentilmente ai padroni.
«Buona sera anche a te!», risposero quelli.
«Permettetemi di passare la notte da voi», disse la Volpe.
«Eh, ma la casa è piccola! Stiamo stretti, dove ti mettiamo?».
«Mi basta un angolino. Mi metto sotto la panca, mi raggomitolo e mi copro con la coda!».
«Va bene allora, pernotta da noi», dissero i padroni di casa.
«Grazie, ma la mia gallinella, dove la metto?», chiese preoccupata la Volpe.
«Posala sotto la stufa!», le risposero sbrigativi i padroni.
La Volpe così fece e poi si mise sotto la panca a dormire. Quando tutti si addormentarono, si alzò, mangiò la gallinella e nascose le piume, dopodiché si coricò di nuovo. Al mattino la Volpe si svegliò presto, si lavò ben bene, salutò i padroni di casa e prima di andarsene si chinò per afferrare la gallinella sotto la stufa.
«Ma... dov’è la mia gallinella?», chiese allarmata.
«Era lì, no?».
La Volpe si mise a piangere.
«Non avevo che una gallinella, e mi dovevate togliere anche quella! Signore, per favore, mi dia un’anatra al posto della mia gallinella!».
I padroni di casa si sentirono molto imbarazzati perché era sparita una cosa che apparteneva alla loro ospite e quindi diedero un’anatra alla Volpe. La Volpe la mise in un sacco e se ne andò. Camminò finché non si fece buio, allora entrò in un’altra casa.
«Buona sera, signori!», disse gentilmente ai padroni.
«Buona sera anche a te!», risposero quelli.
«Permettetemi di passare la notte da voi», disse la Volpe.
«Eh, ma la casa è piccola! Stiamo stretti, dove ti mettiamo?».
«Mi basta un angolino. Mi metto sotto la panca, mi raggomitolo e mi copro con la coda!».
«Va bene allora, pernotta da noi», dissero i padroni di casa.
«Grazie, ma la mia anatra, dove la metto?», chiese preoccupata la Volpe.
«Portala alla cascina e lasciala là in mezzo alle oche!», dissero i padroni di casa.

Categoria Abstract:
Dialogo

Titolo Libro:
I cavalieri di re Lev

Collana:
Zefiro

Autore:
Sofia Gallo - Tetyana Gordiyenko

Titolo Abstract:
Tutta colpa di Zora!

Abstract:
“Adesso basta, fila in presidenza” e mi trascina via.
Io sono talmente furibonda che mi lascio spintonare malamente senza dire una parola.
I miei compagni restano in silenzio.
“Che vadano tutti all’inferno!”, penso e divincolandomi dalla stretta della Guidoni, mi avvio con passo spedito verso la presidenza. Mi siedo davanti alla scrivania, vuota, della Preside e aspetto.
Dopo due minuti arriva Zora con la faccia rigata di lacrime e la testa del serpente ancora attaccata alla tunica. La colla è così tenace che evidentemente hanno dovuto tagliare il serpente in due pezzi. La coda l’avranno buttata nel cestino. Mi viene da ridere.
In quel preciso istante entra la Preside, ovviamente già al corrente dell’accaduto, e tuona al mio indirizzo:
“Ho fatto cercare i tuoi genitori e due giorni di sospensione non te li leva nessuno!”.
Io non dico nulla. Zora è talmente scossa che non reagisce o forse non capisce cosa significhi la parola ‘sospensione’.
“Ho chiamato anche tuo padre – le dice dolcemente la Preside trasformata in mite agnellino. – Così potrai andare a casa a cambiarti”.
Dopo un po’ arriva mio padre. Si scusa perché la mamma non poteva venire, ma la Preside taglia corto con i convenevoli e racconta il fattaccio della colla e del serpente mischiandolo con mille altre angherie nei confronti della tunisina di cui secondo lei mi sarei resa responsabile; insomma mi fa una ramanzina con i fiocchi, poi pare placarsi, ma come entra in presidenza il padre di Zora riattacca la scenata, indicandomi come il peggior elemento della scuola, ideatrice e artefice di uno scherzo così disgustoso, infantile, che non fa onore alla serietà della scuola…
Finalmente Zora ha un barlume di coscienza e dice quasi balbettando:
“Non è lei a fare questo”.
Mi sembra di risuscitare da sotto terra e le sorrido. Lei fa un cenno del capo, niente di più perché il padre le ordina di tacere, che non tocca a lei parlare.
La Preside mi guarda.
“Allora, che cosa hai da dire?”, chiede con voce neutra.
“Niente – borbotto. – Io di questo scherzo non so niente”.
“Niente, non ci credo – incalza la Preside a muso duro. – Durante la sospensione pensa se davvero non sai niente!”.
Mio padre è ritto al mio fianco, muto come un pesce. Credo che non capisca bene di che cosa si stia parlando. E non gli do torto. La Preside gesticola, risponde al telefono, parla con la segretaria, si alza per chiudere la finestra perché c’è corrente, si risiede, sfoglia dei fascicoli…sembra pazza. Il padre di Zora resta impassibile di fronte a tanta agitazione ed esige pubbliche scuse da tutta la classe, altrimenti prende Zora e se ne va. Dritto in un’altra scuola.
Parla in francese, lentamente e con grande dignità.
Zora sta a testa china. Ho la netta impressione che non possa dire gran che in contrasto con le parole del padre. Deve aver già strafatto prendendo le mie difese e la Preside ovviamente non le ha creduto.
Quindi io resto colpevole dello scherzo.
Non vedo l’ora di andarmene. Mio padre mi guarda con l’aria di uno che non ha capito se io c’entro o no in tutta la faccenda. Forse vorrebbe che dicessi qualcosa per sapere se deve arrabbiarsi o chieder scusa.
Ma io taccio e lui alla fine decide per le scuse.
“Mi dispiace moltissimo per l’accaduto. Non succederà più”, dice in fretta e tende la mano al padre di Zora e poi alla Preside.
“Andiamo – mi dice. – Va a prendere la giacca”.
Non ne può più.
Appena fuori dal portone della scuola mi chiede a bruciapelo:
“Ma sei stata tu o no?”.
“Papà – protesto trattenendo le lacrime – ma ti sembra che io possa fare una cosa del genere?”.
“Sì – dice lui tranquillo – conoscendoti, potresti benissimo. Quella Zora ti irrita da quando è arrivata. Me l’ha detto la mamma”.
“Va be’, siete anche voi dei deficienti”.
“Piano ragazzina con le parole – mio padre è seccato. – Vengo chiamato qui d’urgenza, devo lasciare il lavoro, sento una storia assurda di serpenti attaccati al sedere, c’è un tizio che non conosco che mi guardia con odio, ti becchi una sospensione come l’ultimo dei lazzaroni e per finire dai dei deficienti ai tuoi genitori…sei impazzita o che?”.
“Scusa – borbotto – però io non ho fatto niente, te lo giuro”.
“Ok, ti credo. Andiamo al bar e mi racconti un po’ sta faccenda. Tanto ormai la giornata è andata…”.
È la prima volta in vita mia che mio padre ascolta qualcosa della mia scuola. Mi pare di camminare sulle nuvole dalla contentezza. Gli racconto dell’arrivo di Zora, delle attenzioni nei suoi riguardi, di quanto ciò mi irriti perché mi pare eccessivo, del foglio maledetto, di come sia stata emarginata dai compagni e di quanto mi abbiamo deluso le mie amiche. Lui ascolta serio, senza attribuire colpe o ragioni. Ascolta e basta: l’unico problema è che tutte le volte che nomino qualcuno mi chiede: Mara chi?, Angelica chi? Ernesto?…Non conosce un nome, non ricorda una faccia. Come se fino adesso fossi vissuta tra i marziani.
Comunque alle sette di sera qualcosa sa.
Può darsi che domani dimentichi tutto e tutti, ma io mi sento un’altra e sono felice.
Nonostante le bugie della classe e la sospensione.


Categoria Abstract:
Dialogo

Titolo Libro:
Io e Zora

Collana:
Tascabili Ragazzi

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Stefania e Amanda

Abstract:
Cammina così veloce che faccio fatica a starle dietro e non mi rivolge la parola. È davvero poco gentile. Chissà perché mi guarda dall’alto in basso. Invece che buttarla nelle braccia di Eros, la getterei nel fosso!
Sto per protestare per quell’andatura, quando lei rallenta, si affianca e dice:
«Chi è quella tipa che sta da voi?»
«Viola».
«Ah Viola, si chiama. È un’amica tua?»
«Una mia compagna di scuola».
«Non è che sia un po’ matta? O meglio una … acchiappa uomini?»
«Io non so come sia un’acchiappa uomini».
«Oh, non fare la santarellina, l’altra sera vi ho visti al tavolino fuori. Tu e Lorenzo con Eros e la matta. Acchiappa uomini vuol dire che fa la carina con tutti. In poche parole una un po’… Capisci così?»
Stefania oltre essere spocchiosa, è pure maleducata. Viola dopotutto è amica mia e lei vada a insultare un’altra.
La guardo ostile e non le rispondo.
«Dove sta tuo nonno? In cima alle montagne?» chiedo sgarbata.
«No, no è qui. Siamo arrivate». Fa una pausa e poi continua: «Io ci tengo a Eros. E la tua Viola mi pare un tipetto molto intraprendente. In più questo è un paese di quattro gatti, che passano le giornate a spettegolare. Non puoi fare un passo che tutti sanno quello che fai e quello che dici. È impossibile sentirsi liberi».
«Perché non ve ne andate? Voglio dire a Milano, o a Verona, così siete più indipendenti».
«Andiamo a far che? Lavoro non ce n’è. E per studiare… primo bisogna averne voglia e poi studi, studi e a che serve? Anche con la laurea sei precario a vita, al massimo hai un posto da fame al call center. Noi qui abbiamo un lavoro garantito. Sia io, sia Eros».
«Dicevo per dire…»
Non volevo intavolare una discussione, pretendevo solo un po’ di gentilezza. Ma Stefania non molla.
«Tu abiti a Milano, beata te! Per te tutto è diverso!» sbotta.
«Non credo che sia molto diverso» borbotto e aggiungo: «In ogni caso Viola al tuo Eros non ci pensa proprio e, se ti piace, cerca di farglielo capire!»
Ecco fatto il “tramite” e per fortuna siamo arrivati a casa del nonno.
Stefania non dice niente. Aggrotta la fronte pensierosa, forse colpita dal mio consiglio, poi sale, a due gradini per volta, la scala di accesso a una villetta di mattoni col glicine tutto intorno. Suona il campanello e Amanda viene ad aprire.
La mamma le ha già preannunciato il mio arrivo.
Lei, a differenza di Stefi, ha i capelli corti di un bel biondo tiziano. È snella, con qualche lentiggine, indossa occhiali neri a forma di farfalla, una t-shirt bianca e un paio di bermuda a righe bianche e azzurre: pare la versione veronese di Pippi Calzelunghe.
«Ciao, entra. Io sono Amanda e lei è Stefi, la mia prodigiosa sorella!»
«Spiritosa» fa Stefi. «Cerca di combinare qualcosa, piuttosto. E quando avete finito, venite giù, la mamma vuole vederti»
Detto fatto, ci volta le spalle e sparisce, sculettando giù dalla scala.
«Forte, mia sorella. Una vera bomba di simpatia» dice Amanda chiudendo la porta.
Mi prende per mano e mi trascina in casa. Il nonno è fuori e lei mi porta nella sua cameretta che contiene un letto, un armadio minuscolo, una scrivania incastrata nello sfondato del muro e alcuni scaffali con un gigantesco impianto HiFi.
Amanda dichiara che le piace la musica rock, il folk americano e il jazz freddo, che vuole fare la ballerina di danza moderna e che se ne infischia della matematica, della storia, della geografia e anche dell’italiano.
«Chiaro?» conclude con aria di sfida. Mette su musica a tutto volume e si scatena in un ballo sfrenato, un misto di rap dance e hip hop. Mi siedo sul letto e la osservo. Devo dire che è brava.
«Cosa dovremmo fare?» grido dopo un po’.
«… matematica?»
«Sì».
«Io non ci capisco un’acca».
Amanda si inchioda davanti a me, spegne la musica e continua:
«Va be’, non c’è gusto se non balli anche tu. Facciamo le espressioni, così mamma è contenta».
Si avvicina alla scrivania, tira fuori dal cassetto un foglio bianco, me lo mette sotto il naso e ordina: «Spiega, tu che sai tutto!» E si butta a gambe all’aria sul letto.
A questo punto non so se odiarla o che. Le due sorelle sono una peggio dell’altra.

Categoria Abstract:
Dialogo

Titolo Libro:
Viola è Viola

Collana:
Schegge

Autore:
Sofia Gallo
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