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Titolo Abstract:
Al campo profughi

Abstract:
Joan esplorò il campo in lungo e in largo, in modo scientifico: lanciava occhiate in tutte le tende, fissava nella mente un sasso, un palo, un cartello, un segno che gli indicasse con certezza dove fosse già passato per non rifare la stessa strada.
Era arrivato al campo già da cinque giorni e non poteva dire di averlo percorso tutto.
Quell’accampamento era infinito. Un intero popolo era chiuso là dentro.
Alla sera del quinto giorno di vane ricerche venne il freddo; aveva smesso di piovere, ma spirava un’aria gelida e tagliente.
Joan stava tornando alla sua tenda con le spalle alzate, il bavero tirato su e un berrettone di lana calato in testa, quando fu attratto da un richiamo.
“Mira, Mira – diceva una voce. – Vieni, spicciati, presto!”.
Joan ebbe un fremito e si fermò.
“Mira è un nome comune, comunissimo”, disse tra sé, quasi tentato di non alzare nemmeno la testa. Era stanco. Ma ecco che con la coda dell’occhio vide il profilo appuntito di Mira: pallida da far spavento, ma viva. Stentò a credere che non fosse un’apparizione fantasma.
Mira lo riconobbe subito e dallo stupore lasciò cadere la pentola che aveva in mano; Antali sbucò fuori da una tenda lì accanto con le mani tra i capelli.
“Guarda cos’hai combinato! – esclamò, inginocchiandosi a terra come volesse raccogliere la minestra finita in mezzo alla melma. – Tanta fatica per niente”.
Non pareva arrabbiato, soltanto sconsolato.
Joan gli mise un braccio sotto l’ascella e lo aiutò e rizzarsi.
“Zio…”.
“Tu? Che ci fai qui?”.
“Sono arrivato cinque giorni fa, con Vasili”.
“Con Vasili? Vi avevamo dati per morti, tutte e due”.
“E invece no”, rise Joan.
“E come state? Dove siete? Che cosa è vi è successo?”. Una cascata di domande. Antali aveva afferrato saldo il braccio di Joan e non mollava la presa.
Joan lo guardò e invece di rispondere gli fece una carezza. Non gli pareva vero di averlo ritrovato dopo tutto quel tempo. Magrissimo, ma era sempre stato magro; quella che era cambiata era l’espressione degli occhi. Erano spenti, attorniati dai solchi delle rughe. Un vecchietto debole e fragile, da proteggere, pensò Joan, frenando a stento la commozione.
Mira intanto era andata a chiamare la donna e Mikai. Arrivarono di corsa e abbracciarono Joan.
Mikai aveva perso lo sguardo spiritato. Sembrava soltanto un po’ assente, ma sorrise.
“Vado a cercare Vasili e torno”. Joan si svincolò dalla presa di Antali e corse via.
Trovò Vasili che sgranocchiava una pannocchia seduto su un bidone rovesciato e lo trascinò concitato alla tenda di Antali.
Ci furono altri abbracci, altre lacrime, qualche parola, poi si sedettero tutti in circolo e Antali iniziò a raccontare.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Joan e Antali

Collana:
Il Melograno

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Il nonno

Abstract:
Il ragazzo non disse niente. Si voltò e fece un cenno di saluto al nonno che gli parve lontano, assente.
Poi corse per raggiungere il padre e dargli la mano.
«Abbiamo abbandonato il nonno», disse dopo un po’. «Non ti dispiace?».
«Eccome», rispose il padre, «però non ci aiuta più e noi siamo poveri. Non possiamo mantenerlo, se non lavora».
«Io, allora, quando tu sarai vecchio e inutile, dovrò abbandonarti nello stesso modo?».
Il padre non disse niente.
«Ti dovrò lasciare sulla montagna esposto al freddo della notte, senza una coperta e senza cibo?».
Il padre ancora non disse niente.
«Sarai là, solo, preda degli uccelli, anche nella notte senza stelle, nera come la pece».
Il padre, sempre zitto, accelerava il passo verso valle.
«Non avrai paura e non penserai male di tuo figlio?».
Allora il padre finalmente si fermò e fissò lo sguardo negli occhi fieri e buoni del ragazzo.
«Hai ragione», disse, «non possiamo lasciarlo così. Da domani ciascuno di noi sacrificherà un cucchiaio di cibo per lui».
E detto questo, a grandi passi, senza sentire la stanchezza e la fame, il padre e il figliolo risalirono sulla cima della montagna e trovarono il nonno sorridente che li aspettava.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
I bauli dell'eredità

Collana:
Fiabalandia IC

Autore:
Sofia Gallo - Saida Azdod

Titolo Abstract:
Il delfino e la luna

Abstract:
Aldo ha 7 anni ed è già un gran pescatore.
Lo zio Nino, infatti, lo porta sempre con sé sulla sua barca, dipinta di bianco e di blu. Aldo conosce l’odore dell’esca e il sapore del sale sollevato dagli spruzzi del mare. Sa aspettare con pazienza che il pesce abbocchi e sa come sfilare gli ami con delicatezza, quasi senza offendere il povero pesce già pescato.
Un giorno Aldo decide che sa talmente tante cose che può andare a pesca da solo.
Così una sera va in porto, salta sulla barca dello zio, accende il motore e parte verso il largo.
È una sera senza luna e dopo un po’ Aldo ha paura del mare color dell’inchiostro e del rumore della barca sull’acqua e vuole tornare indietro, ma il motore dispettoso fa ploff…e si spegne.
“E adesso?”, si chiede Aldo tremando dal freddo.
“Adesso rema”, gli dice una voce sottile che lui non capisce da dove venga.
Aldo afferra i remi, li infila negli scalmi, si alza e comincia a remare come ha visto fare dai pescatori che remano in piedi.
Ma l’impugnatura dei remi è grossa per le sue mani e la barca è pesante e la corrente è forte e anche il vento della notte si è messo a soffiare e Aldo ha ancora più paura.
“E adesso?”, si chiede con le lacrime agli occhi.
“Adesso posa i remi e accucciati sul fondo della barca”, gli dice la voce di prima.
Aldo si rannicchia e si lascia cullare dalla barca che, ondeggiando sull’acqua, va alla deriva.
Dopo un po’ viene risvegliato dal rumore sordo di un tuffo; si tira su fino a sporgersi dalla barca e vede un delfino.
“Sarà sua la voce che mi ha parlato prima?”, si chiede e urla:
“Ehi tu, dimmi, che devo fare adesso?”.
“Adesso aspetta che sorga la luna”, gli risponde il delfino.
“La notte è nera e la luna non c’è”, dice Aldo.
“È soltanto mezza, ma c’è”.
Aldo si appoggia con i gomiti sul bordo della barca e fissa il cielo. Spalanca gli occhi e si concentra per far sorgere la luna e di colpo ne vede una puntina apparire dietro la montagna. Dopo un po’ esce il resto: una mezza luna sorridente che crea una scia luminosa sull’acqua. La paura è scomparsa.
“E adesso?”, chiede Aldo al delfino.
“Adesso riprendi i remi e segui la scia luminosa”.
Aldo ubbidisce e rema, rema e rema e il delfino spinge la barca con il muso perché sia più leggera e vada più veloce e la luna segna la via e Aldo arriva salvo nel porto prima che il cielo si rischiari con la luce dell’alba.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Favolyogando

Collana:
Fiabalandia IC

Autore:
Sofia Gallo - Cammilla Guillaume

Titolo Abstract:
Il ritorno

Abstract:
Quando fu al pozzo non trovò più la sua anfora, ma bevve con il mestolo che pendeva attaccato alla cordicella sfilacciata e poi camminò ancora e arrivò alla capanna e trovò la mamma seduta accanto alla porta con le due sorelle.
«Scusa», le disse, «non ti ho portato l’acqua».
«Non importa», disse la mamma che era contenta di rivederlo.
«Ho imparato a lavorare i datteri», disse Nadeem. «Possiamo raccoglierli, metterli nelle scatole di cartone e venderli al mercato di Naomez. E poi ho qualche moneta con me e posso comprare della semente e del legno per riparare la capanna».
«Va bene», disse la mamma.
«Ma non andrò mai più oltre il villaggio di Naomez, perché al di là del villaggio puoi viaggiare per giorni e per notti, ma è un mondo sconosciuto che fa paura e uno là dentro si perde e non è più se stesso e io non voglio viaggiare mai più».
«Va bene», disse la mamma, «adesso siedi un po’ qui con noi».
E Nadeem sedette e guardò il sole che bucava il cielo terso della sua terra.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Nadeem, andata e ritorno

Collana:
Fiabalandia IC

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Sconosciuta

Abstract:
Non ho pensato di chiederle il nome. Eppure ne avrei avuto il tempo e il modo. L’ho vista arrivare con in mano le chiavi della bottega. Chiusa.
Da lontano pareva una suora che venisse ad aprire la porta del convento. Vestita di nero da capo a piedi. Rispetto alle suore che conosco non ha nulla che contrasti con quel nero corvino, nemmeno il velo bianco inamidato che circonda il volto; anche la bocca e il naso sono coperti.
Saltano fuori soltanto gli occhi. Quando si avvicina mi lancia uno sguardo penetrante. Lo ricambio: gli occhi sono verdi con sfumature grigie perlacee, sottolineati da una pesante linea di kajal.
Apre la bottega e mi fa cenno di entrare.
Abbasso gli occhi e vedo le scarpe. Un decoltè rosso fuoco, molto scollato e col tacco molto alto. Io inciamperei là sopra.
Un altro cenno del braccio mi indica la sedia. Mi siedo e lei, con gesti precisi e netti, toglie gli spilloni che tengono il velo intorno al viso e si sfila il chador. Rimane in piedi di fronte a me, ritta, bellissima nella sua figura snella, truccata e vestita di una tunica rossa fiammante come le scarpe. Ha anche il rossetto.
“What do you like?”, mi chiede sorridendo.
Io indico una scatola, incastonata in modo grezzo con delle pietre dure. Adoro le scatole. Ne ho di ogni parte del mondo. Mi pare che le scatole possano contenere un po’ dell’anima delle persone che incontro e che, regalate, si riempiano di altri spiriti e pensieri.
Fa il prezzo. È carissima. Dico no e lei ride.
Mi dice che mi ha visto la sera prima in riva al fiume.
“Really?”, dico perplessa.
Il fiume è l’Eufrate. Il paese è Deir ez Zor, dove è finita la marcia della morte del popolo armeno. A 100 km c’è il confine con l’Irak.
Faccio uno sforzo di memoria.
In riva al fiume, al di là del ponte pedonale decorato con festoni e dipinto a colori sgargianti, c’è un locale all’aperto. Qualche tavolino con le sedie e un bugigattolo che vende bevande gasate.
Ricordo un tavolo con tre donne e un uomo: loro nere e lui bianco, immacolato, con la kefiah a quadretti rossi e un portamento aristocratico.
Lui prende a turno i bambini per mano e li porta a vedere il fiume. Loro tre scambiano poche parole e lanciano occhiate divertite al mio indirizzo. Lei è una di loro. Moglie, figlia, seconda moglie, sorella?
Cerco di ricordare gli occhi, ma non riesco.
Compro la scatola senza contrattare sul prezzo e lei mi saluta con un lieve inchino.
“See you”, dice.
Sì, ci vediamo ancora: la incontro distesa sulle acque salate del Mar Morto con la veste nera fluttuante e i piedi bianchi che spuntano fuori e agitano le dita; ed è sempre lei, enigmatica e curiosa, china a nutrire le carpe sacre a Abramo nei giardini di Sanliurfa, l’Edessa turca e poi, incredibile, la vedo ieri: in piedi, ritta, alla fermata degli autobus in piazzale Baracca a Milano.
Io aspetto il tram.
Anche lei, il numero 18.
Non è sicura che sia il tram giusto per la Bagina in via Trivulzio.
Sì, le dico, va bene.
“Da dove viene?”, le chiedo, dandole rigorosamente del lei. Non sono mai stata in confidenza.
“Iran”, mormora e si alza. Sta arrivando il tram.
Allora forse mi sbaglio.
Eppure ero sicura che mi avesse seguito dentro la scatola con le pietre dure.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Sconosciuta

Collana:
Lingua Madre-Racconti di donne straniere in Italia.

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
La mia maestra

Abstract:
Torino - Ricordi di scuola elementare fine anni ‘50





La mia maestra è una maestra di altri tempi.
Secca, magra come un grissino, con i capelli raccolti a crocchia sulla cima della testa, gli occhiali in punta al naso, lenti spesse, montatura rinforzata, il grembiule nero e un sorriso negato dal suo ruolo.
La mia maestra si chiama Campanella.
Il nome non lo ricordo o meglio non l’ho mai saputo, perché allora nessuno la chiamava per nome.
Si diceva: “Signora maestra, posso uscire?”, “Scusi, signora maestra, non ho capito”, oppure non si diceva un bel niente, perché la maestra faceva un po’ paura.
La mia maestra sa tutto e insegna tutte le materie.
Sta in piedi, ritta e impettita come un vigile o un carabiniere, di fianco alla cattedra. Tutte le mattine, tutte le ore di lezione, né giovane né vecchia, né uomo né donna, né madre né zitella: è la maestra e basta e nulla le sfugge, non un gesto, non un’occhiata, non un risolino, non una parola di troppo.
“Morandi, cosa ti salta in mente?”. Il rimprovero arriva piano e secco.
E Morandi si alza e dice: “È stato lui!” (questa è l’unica cosa che non è cambiata).
La mia maestra ha la pessima abitudine di portarsi in classe un orribile cagnolino fulvo, un bastardino con le zampe ad arco e la coda riccia. Evita la sorveglianza del bidello Agostino e si intrufola in classe con l’orrido animale e lo zittisce, a cuccia, dietro la lavagna.
Una lavagna di una volta montata sul cavalletto, che a scriverci su è un vero problema, perché con una mano devi tenerla ferma e con l’altra far scricchiolare il gesso fino all’ultimo mozzicone.
E la maestra Campanella se la fai arrabbiare ti mette in castigo dietro la lavagna insieme al cane, che ringhia sottile.
Peggio ancora di quando ti fa segno di muovere soltanto le labbra nell’ora di canto perché stoni come una campana.
La mia maestra è severa, ma spiega bene e non fa preferenze, non protegge nessuno: guai se qualcuno deride un compagno in difficoltà, a lei soltanto tocca correggerlo e gli altri zitti e mosca!
Non è come la direttrice della scuola di Matilde, la perfida Spezzindue di Roald Dahl, e nemmeno come il maestro di Franti in Cuore… perché non è cattiva o buona, è che a noi sembra non avere un’anima, come fosse una sorta di macchina parlante, precipitata dallo spazio tra di noi per insegnarsi la grammatica e l’aritmetica.
Finché un giorno capiamo che non è così: la metamorfosi avviene in cortile, quando Morandi, quello che si prende tutte le sgridate, cade malamente e sbatte la testa contro un gradino.
La maestra Campanella si fa in quattro, chiama l’ambulanza e i genitori; è pallida e le trema la voce e da quel giorno non è più la stessa.

Si siede invece di stare in piedi, ci lascia chiacchierare, dimentica l’orrido cane a casa e noi dopo un po’ veniamo a sapere che passa tutte le notti in ospedale a fianco del povero Morandi, che ha una ferita davvero brutta e può perdere qualche rotella del cervello.
I genitori di Morandi non possono assisterlo, perché lavorano e hanno altri figli e così lei si prende a cuore la faccenda al punto da rimetterci la salute…finché una mattina arriva in classe e noi la vediamo sorridere; si toglie gli occhiali spessi un dito e, diventando rossa come un pomodoro maturo, ci dice che Morandi sta bene e che tornerà presto a scuola e poi…che lei si sposa e che avremo una supplente perché va in viaggio di nozze.
La mia maestra ci dice tutto questo senza prendere fiato e noi rimaniamo così ammutoliti che nessuno osa chiederle dove vada di bello per il suo viaggio di nozze.
Poi finalmente la mia compagna Graziella, che è davvero disinvolta, si alza in piedi e dice:
“Tanti auguri, signora maestra”.




Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Quando ero piccolo 2

Collana:


Autore:
Sofia Gallo e autori vari

Titolo Abstract:
La fuga

Abstract:
La casa dove tante volte sono stato ospite è diventata all’improvviso una casa nemica.
Non so dove posare lo sguardo, ma non voglio incrociare quello del padre di Alonzo. Lui è un amico di Pinochet, uno dei momios pieni di privilegi, con la televisione, la villa estiva e l’autista, come quelli di cui parlava Gonzales alla poblacion. Per questo è felice della sconfitta di Allende.
Alonzo si butta a gambe all’aria sul divano con aria indifferente. Per lui non cambia niente: vive nel barrio più ricco di Santiago, è servito di tutto punto, brillerà negli studi e andrà alla famosa Università di Viña del Mar.
Più lo immagino crescere, più non voglio diventare come lui.
Devo andar via subito di qui. Anche in pigiama.
Tiro fuori a stento la voce e chiedo di telefonare a casa.
Faccio e rifaccio il numero. Nessuno risponde.
Il panico si impadronisce di me: ho paura che sia capitato qualcosa di brutto e brontolo che vado a casa.
“Neanche per idea!” sbotta la madre di Alonzo e ci ordina di far colazione, vestirci e andare di là a giocare.
Io ubbidisco a metà. Non tocco né il pane né la marmellata, mi fiondo in camera di Alonzo e mi vesto in fretta e furia. Poi apro la finestra e guardo in strada: vedo soltanto carri armati. L’aria è scura, densa del fumo che sale dalla piazza del palazzo del governo.
L’affanno mi toglie il respiro, ma la volontà di scappare è più forte di ogni incertezza. Aspetto che Alonzo vada in bagno ed esco di corsa dalla camera, raggiungo la porta di ingresso e mi precipito giù dalle scale.
Arrivato sul marciapiede mi sforzo di camminare lentamente, per non essere notato.
A un tratto ho la sensazione che alcuni soldati mi seguano. Mi nascondo nell’androne di un palazzo e, pochi secondi dopo, sento uno sparo e vedo un uomo cadere sull’asfalto. Resto immobile un’eternità, poi prendo lo slancio, sguscio fuori dal portone e corro come un forsennato fino a casa.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
La lunga notte

Collana:
Storie di memoria

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Tutto è di Re Macina

Abstract:
Intanto il corteo regale si avvicinava. Accompagnato da canti, musiche e fuochi di artificio, lasciava a bocca aperta tutti quelli che il Re Macina incontrava sul suo cammino.
Anche Re Macina restava a bocca aperta. Nella strada dal suo mulino sonnacchioso al mercato aveva visto poco o niente. Adesso il mugnaio scopriva praterie sconfinate, boschi e villaggi, mandrie e greggi.
«Di chi saranno?», si domandava curioso.
Così di volta in volta lo fece chiedere ai cortigiani del Re.
«Di chi sono queste mandrie?»
«Di Re Macina», rispondevano i pastori.
«E questi campi?»
«E i fieni tagliati?»
«E i boschi?»
Chiedevano a tutti e tutti davano la stessa risposta.
«Di Re Macina!».
Tutto erano diventato del mugnaio.


Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Chi trova una volpe trova un tesoro

Collana:
Leggimi

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Il sogno

Abstract:
«Ci sono dei pastelli sparsi.
Li vedi?», chiede Ahmed.
Un raggio di luce filtra dalle macerie sulle loro teste.
«Non vedo niente».
«Cerca bene».
«Ne ho trovati tre», dice Idil
dopo un pò, spalmando le lacrime sul faccino coperto di polvere e terra. I suoi occhi si stanno abituando all’oscurità.
«Io cinque – dice Ahmed –.
Possiamo disegnare. Come prima».
I pastelli sono alcuni di qua
e alcuni di là della trave.
«Ma dove disegno?»,
chiede Idil in un soffio.
«Sulla trave. Fai finta che sia un foglio.Non pensare a dove sei.
Chiudi gli occhi e disegna quello che vedi», dice Ahmed.
«Vedo il gatto grigio. Dove sarà?», dice Idil e traccia dei lunghi baffi neri e due occhi grandi.
«Io vedo una bomba. Cattiva, boom, che esplode!», dice Ahmed.
«Io vedo la nostra casa». Idil vuole fare il tetto e le finestre. Ma non riesce.
Allora fa soltanto la porta, sotto i baffi del gatto.
«Io vedo un albero. Con dei grossi frutti rossi», dice Ahmed.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Vedo un mondo di colori

Collana:
I Bulbi

Autore:
Sofia Gallo - Fuad Aziz
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