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Titolo Abstract:
Musica e danza

Abstract:
Se per una festa volessimo una band tutta peruviana, avremmo bisogno almeno di 10 persone.
Nella band ci sarebbero due suonatori di zampoña, una piccola, detta chuli, e una grande, detta tuyo, entrambe fatte con la canna di bambù del Titicaca, come anche la quena, il fauto delle Ande, di cui sarebbe esperto il terzo musicista. Un quarto suonerebbe il pututo, una conchiglia marina, e il suo amico il wajrapuco, uno strumento a fato fatto con pezzi di corna di toro uniti tra loro e considerato sacro, perché portatore della voce di Pachamama, la madre terra. Non mancherebbero poi un suonatore di charango, piccola chitarra fatta col carapace dell’armadillo, due ragazze con le sonajas, maracas ricavate da zoccoli di animali riempiti di semi, che vengono cuciti anche sulla stoffa con cui sono rivestiti, un amante del quijada, strumento ricavato dalla mascella d’asino, e infine il capobanda: un percussionista coi fiocchi che si esibirebbe con il cajòn peruano, simbolo della comunità afro-peruviana. Il cajòn è infatti uno strumento caratteristico della musica criolla, le cui origini risalgono all’epoca degli schiavi africani condotti in Perú dai dominatori spagnoli, tra il 1700 e il 1800. Poi ci vorrebbero dei ballerini, ma questi non mancano, né ballerini, né danze, né costumi: ogni paese ha le sue gonne coloratissime, le polleras, e via con lo Huayno, ballo tipico delle regioni andine, o con la Marinera e il Festejo se siamo sulla costa!

Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
Perù

Collana:
Paesi e popoli del mondo

Autore:
Sofia Gallo - Ana Cecilia Ponce Paredes-Eric Tournaire

Titolo Abstract:
A tavola con i romeni

Abstract:
Viaggiando avrai avuto la possibilità di assaggiare la cucina del paese e allora avrai scoperto che:
uno dei pasti più importanti è la colazione, con pancetta, uova, salumi, formaggi e verdure crude, pomodori, peperoni, cetrioli. D’inverno ci sono le verdure in salamoia, macerare in autunno in acqua e sale;
un piatto tipico è zuppa (ciorbă), di patate, verza, fagioli, verdure miste o uova, rinforzata con la panna acida (smântănă) oppure con un sugo amaro ottenuto in seguito alla fermentazione del grano;
il riso e la pasta sono un accompagnamento per i secondi piatti di carne. Una combinazione tipica sono gli involtini di carne macinata e riso nelle foglie di verza: le sarmale;
dolce tipico è il cozonac, preparato soprattutto per le feste, lievitato e ripieno di papavero, noci, cacao o marmellata;
a tavola si beve vino, ma è molto diffusa la grappa di frutta, specialmente di prugna.

Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
Romania

Collana:
Paesi e popoli del mondo

Autore:
Sofia Gallo - Ciprian Ghiras - Ana Popovici

Titolo Abstract:
La migrazione

Abstract:
Da giorni le cicogne volano alte nel cielo. Aiutate dal vento, hanno sorvolato savane e deserti. Ora lasciano l'Africa, troppo calda per allevare i piccoli. Sanno che, al di là del mare, troveranno terre fresche e ricche di cibo.
Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
La cicogna

Collana:
Quattro stagioni

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
La nonna

Abstract:
Un giorno mia nonna paterna andò a pescare e secondo le usanze del Congo andò con una calebasse, una zucca tagliata a metà che funge da bacinella, perché le donne non usano l’amo. Loro fanno delle dighe nelle anse dei torrenti in modo da formare delle pozze, poi con la mezza zucca tolgono l’acqua e raccolgono i pesci rimasti prigionieri sul fondo.
La nonna dunque uscì al mattino molto presto, al secondo canto del gallo, portando la calebasse in equilibrio sulla testa. All’epoca il canto del gallo era l’unico orologio. Svegliarsi al terzo canto era tardi; ci si alzava in genere al secondo che era verso le 5 del mattino.
Camminò a lungo, perché la foresta era lontana dal villaggio, facendo ben attenzione a dove metteva i piedi, per evitare i pericoli nascosti e vedere se c’erano tracce. Avrebbe potuto incontrare degli sciacalli o altre bestie feroci.
Arrivata al fiume, che scorreva dividendosi in vari torrenti in mezzo alla foresta, si mise a pescare, prese un bel po’ di pesce e lo sistemò nel suo cesto. Poi, prima di rientrare al villaggio, andò a raccogliere un po’ di verdura selvatica, come l’acetosa, un’erba con le foglie dal gusto asprigno che in dialetto si chiama ngayi ngayi, e un po’ di legna per il fuoco.
Mentre si aggirava nel sottobosco, all’ombra di piante alte più di 30 o 40 metri, non si accorse che vicino a un enorme tronco i porcospini avevano scavato profonde gallerie.
Sfortunatamente mise un piede all’imboccatura di una di quelle lunghe gallerie, sfondò il terreno friabile e cadde in una buca profonda. Le formiche che abitavano a migliaia in quella terra umida le ricoprirono la pelle, irritandola con i loro piccoli morsi, e la nonna, dolorante e affannata, si mise a correre lungo i cunicoli sotterranei, finché non vide più nulla e non fu più capace di uscire.

Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
Leoni, boa e galline faraone

Collana:
Zefiro

Autore:
Sofia Gallo - Nsele Abuy

Titolo Abstract:
Il té dalla signora Rossini

Abstract:
Dai racconti della mamma emerge un Planpincieux abitato da ‘orsi’, un po’ eremiti e un po’ sciovinisti perché nulla è più bello della Val Ferret e delle loro case. Non era forse l’ingegner Rossini a vivere beato nel suo studio all’ultimo piano da cui dominava il paesaggio e ad allontanarsi di soppiatto nel bosco se arrivava gente? Forse ne aveva ben donde, perché ‘orsa’ non era di certo sua moglie che accoglieva tutti a braccia aperte: chiunque per una ragione o per l’altra capitasse a Planpincieux veniva immediatamente convocato ai suoi tè. Un rito che la signora Rossini coreografava tenacemente per stare al passo con i fatti dell’uno e dell’altro e non si poteva far gita o passeggiata eludendo il dovere di raccontargliela per filo e per segno. Questo ai tempi della mamma, mentre ai miei vigeva soltanto l’obbligo di omaggiarla ogniqualvolta si salisse a Plan e di partecipare almeno a uno dei suoi tè estivi.
I Rossini erano venuti a Planpincieux fin da prima della guerra. Con la Rina, segretamente - ma non troppo - innamorata dell’ingegnere. “Lui era bello, le sue due donne bruttissime”, dice la mamma, che ha ancora davanti agli occhi la signora Rossini che scende a Torino a riscuotere gli affitti delle sue case. Partiva di gran passo, lei che era piccolina, con una vecchia borsa in cui metteva le ‘Vite di Plutarco’, lettura preferita, e un pacchettino di carta di giornale con dentro i brillanti, che per sicurezza si portava appresso in viaggio. Approfittava dei mezzi di fortuna disponibili allora: i camion fermi ai posti di blocco o il treno, se la ferrovia non era interrotta. Anche nel ’44, quando la discesa a valle era a dir poco avventurosa, lei non mollava e continuava ad andare a incassare i suoi affitti a ogni fine mese. La sua Rina era un’appassionata di musica lirica: a spasso nei boschi intonava le arie più famose delle opere e in molti andavano a sentirla cantare. Io personalmente la ricordo vecchietta con la testa che ciondolava: aveva un difetto o una sorta di tic e pareva scuotesse la testa in un cenno perpetuo di disapprovazione di non si sa bene che cosa.
Ricordo bene anche i biscotti rinsecchiti dei tè della signora Rossini che sapevano di muffa e naftalina; passavano evidentemente tutto l’inverno chiusi in un armadio e venivano offerti l’estate successiva. Il tè era servito dalla Rina ciondolante e la signora Rossini, totalmente orba con gli occhiali in punta al naso, si avvicinava con la faccetta a grugno, alitava domande serrate e ti fissava per riconoscerti e notare i cambiamenti intercorsi da un anno all’altro. Ho ben presente anche la casa, scura, con i mobili neri e la bella sala ottagonale con le finestre riquadrate che per me costituivano la bellezza un po’ malinconica, se vogliamo, delle case di Planpincieux. Nessuno allora, con le difficoltà di riscaldamento, avrebbe concepito di aprire grandi finestre in case di montagna a 1600 metri di quota. Così l’operazione di sostituire le intelaiature di legno con delle vetrate uniche, fatta da Olivetti nell’81 quando comprò la casa, ci lasciò in un primo tempo perplessi.

Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
Planpincieux

Collana:


Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
L'iniziazione

Abstract:
Fu in uno dei suoi tanti momenti di tranquillo far niente, seduto su una roccia in vista del laghetto con un filo d’erba tra le labbra, che sentì gridare il suo nome.
Non capì da dove provenisse la voce.
“Sono qui! Seguimi”.
Fuad si alzò e intravide un’ombra che correva via svelta e lieve, quasi volasse sul terreno.
La seguì e si ritrovò davanti a una tenda nera, di fronte a un uomo imponente con lunghi capelli scuri e pantaloni larghi fin sotto il ginocchio, una camicia bianca e la sigaretta in bocca.
“Puoi andare là con lei”, disse tra i denti.
Fuad subito non capì. Nemmeno aveva realizzato che quell’ombra fosse una lei.
Poi si fece rosso come un pomodoro. Non si sentiva affatto pronto ad andare da qualche parte con una ragazza sconosciuta e le parole dell’uomo gli parvero un’imposizione.
Lui aveva già Amina a Mardin e adesso gli piaceva Nasan.
La ‘lei’ in questione non sapeva nemmeno che faccia avesse.
L’uomo fece un gesto imperioso del capo e scostò l’apertura della tenda, come dire che non accettava rifiuti o discussioni.
Fuad entrò.
La tenda della famiglia nomade era enorme; da fuori non lo si sarebbe detto. C’era di tutto. Montagne di coperte colorate piegate e ammucchiate, sacchi di ogni genere, vasellame, pentole e piatti di latta, selle dei cavalli, fucili, tuniche, bacinelle, mucchi di legna, anche capre e un cane che abbaiò furioso. Fuad non sapeva dove andare.
Una vecchia lo afferrò per mano e lo introdusse in un antro buio, una sorta di seconda tenda in cui si entrava dalla prima, e lì al lume di una candela vide la ragazzina che gli offrivano.
Esile, con due grandi occhi verdi e un pallido sorriso, se ne stava appollaiata su un tappeto con le gambe strette al petto e lo guardava impaurita.
Fuad avrebbe voluto scomparire. Era questo l’incontro che gli aveva profilato Rojat?
Lui non voleva, lui non sapeva, ma la vecchia lo seguì e gli portò una bevanda calda e forte da trangugiare e la ragazzina ubbidendo agli ordini della donna, si sdraiò mollemente e allungò una mano per chiamarlo a sé.
Fuad si avvicinò e sia che fosse il giramento di testa che quella bevanda gli aveva procurato, sia che fosse l’odore di lavanda misto a sterco che emanava dalla pelle bianchissima della ragazza, fatto sta che avvicinò le labbra alle sue e poi la strinse e in qualche modo riuscì a spogliarla e a unirsi a lei in un abbraccio breve e convulso, che le strappò soltanto un piccolo grido.
Nella tenda grande si sentì un urlo di evviva: Fuad si rivestì in fretta in fretta, posò un bacio sulla guancia della ragazza e uscì dalla tenda a respirare l’aria fredda della sera, come un naufrago che trova la sponda salvifica dopo una notte passata su una zattera in un mare in tempesta.
Il giorno dopo l’accampamento fu sciolto. Fuad non aveva osato sollevare gli occhi su Nasan neanche una volta. In un batter d’occhio le tende vennero smontate, le masserizie e i kilim caricati sui cavalli, le bestie radunate e le carovane per la discesa furono pronte.
Quando arrivarono in prossimità del villaggio, i nomadi presero un sentiero sulla destra che li portava sul grande lago Van. Avevano deciso di spostarsi in altre vallate e non sostarono nelle tende sul prato.
Fuad capì che si allontanavano e cercò con lo sguardo la ragazzina del suo amore fugace, ma non la trovò in quella marea scomposta e gioiosa di capre, donne, bambini, cavalli, uomini e cani... parevano un intero popolo in cammino e la loro marcia nel vento assumeva la portata di un grande esodo verso terre lontane.
Fuad di nuovo si sentì solo e quella sensazione non lo abbandonò più.



Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
I lupi arrivano col freddo

Collana:
Narrativa

Autore:
Sofia Gallo

Titolo Abstract:
Fratellanza

Abstract:
Ci fu un tempo in cui il paese era
tormentato da liti tra le diverse
tribù. Anche nel cuore di ogni villaggio
imperversavano uccisioni, ruberie e saccheggi.
L’odio, l’egoismo e le rivalità dominavano
ovunque e nessuno più sapeva
chi gli fosse amico e chi gli fosse nemico.
Fu allora che l’anziano capo di un villaggio
sulle montagne convocò tutti i capifamiglia,
ovvero gli otto fratelli che
esercitavano, ognuno, l’autorità su un
gran numero di mogli, figli e parenti.
Ogni fratello badava unicamente agli interessi
del proprio clan, ne curava gelosamente
le proprietà, era avido e prepotente
e rivaleggiava con gli altri.
Chiamati al cospetto del capo villaggio
gli otto fratelli si presentarono puntuali,
ma si tennero ben distanti l’uno dall’altro.
L’anziano capo disse loro: – Vi ho convocato
per sottoporvi a una piccola prova.
50
Mi dispiace avere interrotto i vostri affari,
ma portate pazienza. Non vi ruberò molto
tempo. Guardate, ho qui con me otto bastoni.
Vi prego, prendetene uno a testa.
I fratelli non osarono discutere e ciascuno
di loro afferrò un bastone.
– Ora – disse il capo villaggio – spezzate
il bastone che tenete in mano.
La prova pareva banale e ogni fratello
ruppe in due pezzi il proprio bastone.
Erano tutti forti e robusti e la cosa gli
riuscì facilmente.
– Bene – disse allora l’anziano. –
Adesso ecco altri otto bastoni interi. Il
mio servo Jajir li legherà insieme e il fascio
verrà passato a ciascuno di voi perché
lo spezzi in due.
La prova era più difficile, ma gli otto
fratelli, ansiosi di dimostrare la loro forza
e la loro abilità di guerrieri, accettarono
di sottoporsi alla seconda sfida.
Uno dopo l’altro, provarono a spezzare
il fascio degli otto bastoni, legati con
corde robuste da Jajir.
51
Prova che ti riprova, il primo fratello
fu costretto a rinunciare, poi toccò al secondo
che desistette dopo alcuni tentativi
e poi al terzo che gonfiò i muscoli e
strinse forti i denti, e al quarto che fece
orribili smorfie per lo sforzo, ma non ci
fu nulla da fare: il fascio di bastoni passava
di mano in mano, dall’uno all’altro,
senza che nessuno dei fratelli riuscisse a
spezzarlo.
– Perfetto – esclamò il capo villaggio
quando fu chiaro che nessuno di loro era
in grado di superare la prova. – Ecco la
dimostrazione della vostra stupidità. Se
voi foste uniti, stretti come il fascio dei
bastoni legati assieme, sareste imbattibili,
invece ognuno di voi è debole e vulnerabile
come ogni singolo bastone.
Chiunque lo può spezzare! Dunque d’ora
in avanti – concluse l’anziano – fate in
modo che l’armonia e la pace torni a regnare
tra voi, di modo che il nostro villaggio
progredisca e che sia di esempio
per gli altri.

Categoria Abstract:
Tradizioni

Titolo Libro:
Habib, il suonatore di flauto

Collana:


Autore:
Sofia Gallo
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