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Titolo Abstract:
Sconosciuta

Abstract:
Non ho pensato di chiederle il nome. Eppure ne avrei avuto il tempo e il modo. L’ho vista arrivare con in mano le chiavi della bottega. Chiusa.
Da lontano pareva una suora che venisse ad aprire la porta del convento. Vestita di nero da capo a piedi. Rispetto alle suore che conosco non ha nulla che contrasti con quel nero corvino, nemmeno il velo bianco inamidato che circonda il volto; anche la bocca e il naso sono coperti.
Saltano fuori soltanto gli occhi. Quando si avvicina mi lancia uno sguardo penetrante. Lo ricambio: gli occhi sono verdi con sfumature grigie perlacee, sottolineati da una pesante linea di kajal.
Apre la bottega e mi fa cenno di entrare.
Abbasso gli occhi e vedo le scarpe. Un decoltè rosso fuoco, molto scollato e col tacco molto alto. Io inciamperei là sopra.
Un altro cenno del braccio mi indica la sedia. Mi siedo e lei, con gesti precisi e netti, toglie gli spilloni che tengono il velo intorno al viso e si sfila il chador. Rimane in piedi di fronte a me, ritta, bellissima nella sua figura snella, truccata e vestita di una tunica rossa fiammante come le scarpe. Ha anche il rossetto.
“What do you like?”, mi chiede sorridendo.
Io indico una scatola, incastonata in modo grezzo con delle pietre dure. Adoro le scatole. Ne ho di ogni parte del mondo. Mi pare che le scatole possano contenere un po’ dell’anima delle persone che incontro e che, regalate, si riempiano di altri spiriti e pensieri.
Fa il prezzo. È carissima. Dico no e lei ride.
Mi dice che mi ha visto la sera prima in riva al fiume.
“Really?”, dico perplessa.
Il fiume è l’Eufrate. Il paese è Deir ez Zor, dove è finita la marcia della morte del popolo armeno. A 100 km c’è il confine con l’Irak.
Faccio uno sforzo di memoria.
In riva al fiume, al di là del ponte pedonale decorato con festoni e dipinto a colori sgargianti, c’è un locale all’aperto. Qualche tavolino con le sedie e un bugigattolo che vende bevande gasate.
Ricordo un tavolo con tre donne e un uomo: loro nere e lui bianco, immacolato, con la kefiah a quadretti rossi e un portamento aristocratico.
Lui prende a turno i bambini per mano e li porta a vedere il fiume. Loro tre scambiano poche parole e lanciano occhiate divertite al mio indirizzo. Lei è una di loro. Moglie, figlia, seconda moglie, sorella?
Cerco di ricordare gli occhi, ma non riesco.
Compro la scatola senza contrattare sul prezzo e lei mi saluta con un lieve inchino.
“See you”, dice.
Sì, ci vediamo ancora: la incontro distesa sulle acque salate del Mar Morto con la veste nera fluttuante e i piedi bianchi che spuntano fuori e agitano le dita; ed è sempre lei, enigmatica e curiosa, china a nutrire le carpe sacre a Abramo nei giardini di Sanliurfa, l’Edessa turca e poi, incredibile, la vedo ieri: in piedi, ritta, alla fermata degli autobus in piazzale Baracca a Milano.
Io aspetto il tram.
Anche lei, il numero 18.
Non è sicura che sia il tram giusto per la Bagina in via Trivulzio.
Sì, le dico, va bene.
“Da dove viene?”, le chiedo, dandole rigorosamente del lei. Non sono mai stata in confidenza.
“Iran”, mormora e si alza. Sta arrivando il tram.
Allora forse mi sbaglio.
Eppure ero sicura che mi avesse seguito dentro la scatola con le pietre dure.

Categoria Abstract:
Emozioni

Titolo Libro:
Sconosciuta

Collana:
Lingua Madre-Racconti di donne straniere in Italia.

Autore:
Sofia Gallo
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