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Titolo Abstract:
Tra Lanzo e Chivasso in bicicletta.

Abstract:
Arrivo nella casa dove sono sfollati i miei, spossato.
La mamma è felice. Ci sono anche i nipotini piccoli, figli di una mia sorella e un mio fratello.
Scorrazzano ovunque, inconsapevoli. Per loro è tutto nuovo. Quasi un gioco. Per me un’attesa snervante dell’autorizzazione a lavorare come ‘civile’, per poter trattare con il comando tedesco a Chivasso. Perché mai io? A volte mi vergogno perfino di sognare che bombardino la ditta e mi liberino da una simile incombenza.
Ogni volta, però, che in famiglia si affronta l’argomento, lo sguardo della mamma mi dice che non posso esimermi dal fare ciò che mi viene richiesto. Non ho ubbidito a Mussolini, non ho ubbidito al Preside di Facoltà, non ho ubbidito al Capitano del mio battaglione a Milano, e ora ubbidisco a lei.
Prima compio la mia personale missione. Con l’Ovidio mi intrufolo, scavalcando la rete in alto sulla vigna, nel terreno della nostra casa occupata. È notte fonda, ma si sentono musica e risate, brindisi e schiamazzi. Nessuno si può accorgere di noi. Arriviamo di soppiatto alla botola. La solleviamo: Luigi è stremato, sono giorni che non mangia, lo tiriamo fuori a braccia e lo trasciniamo via, stordito, lanciandolo come un cappotto vecchio al di là della rete e, poi rivestito e rifocillato, l’Ovidio risale con lui le valli e lo consegna alla protezione di Philippe. Avrei voluto fare di più. Garantirgli l’espatrio.
Lui mi ha detto che va bene così.
Che ce la farà.
E io, di lì a due giorni, con un groppo in gola, mi ritrovo al Buffet della stazione di Chivasso con i miei fratelli e due ufficiali tedeschi a brindare all’accordo stipulato. Riforniremo di maglieria intima le loro truppe dislocate a Chivasso e non solo! Il lavoro in ditta può ripartire, le operaie e le loro famiglie non moriranno di fame nell’inverno del ’43 e in quello ancora più lungo e gelido del ’44. Io imparerò a conoscere i filati di cotone e la lana, dalla tosatura, alla cardatura, tintura, filatura, tessitura e confezione e diventerò, mio malgrado, un ingegnere tessile.
Va bene così.
In quegli inverni tristi, però, userò decine di volte il lasciapassare di Philippe, perché se devo fare maglie per i tedeschi per sopravvivere, le farò pure per i partigiani della nuova Brigata Garibaldi intitolata a lui. E gliele porterò, grazie al sodalizio con l’Ovidio e all’aiuto della Pina e della Mariuccia, madre e sorella sue, su carretti pieni di fieno, carri di mele appena raccolte, ceste di uva americana ancora da pigiare.
Percorrerò centinaia di volte la strada da Lanzo a Chivasso, il più delle volte in bicicletta.
Certo è una lunga pedalata, ma serve ad allineare i miei pensieri e a evitare le stazioni della Cirié-Lanzo, zeppa di tedeschi, con i loro cani e il loro accento brutale, e poi posso godere della dolcezza della campagna tra Leinì e Volpiano fino ad attraversare la ferrovia ed entrare nell’urbanizzata Chivasso. Uso sempre un accorgimento. Arrotolati in una busta che lego con cinghie di cuoio al manubrio, ci sono i lasciapassare: quello sbiadito di Philippe e quello rilasciatomi dal comando tedesco di Lanzo. Ed ecco che una sera, tiepida e velata di rosa, del marzo del ’45, quando già si sente nell’aria la fine della guerra, e più crude e vili si fanno le atrocità degli occupanti e più ardite le azioni partigiane nel fondo valle, vengo fermato a un posto di blocco.
Oddio, i tedeschi, mi dico subito. Non è la prima volta. Poi alzo lo sguardo e defilato nello scorcio della valle, intravedo il Ponte del Diavolo che pare sorvegliare da lontano la scena.
Osservo con più attenzione. Merito del diavolo? Mi accorgo che c’è qualcosa di sospetto nel loro agitarsi. L’auto davanti a me è ferma e quella ancora davanti pure. Una passa, l’altra no. Ne escono due uomini con le mani sulla testa, che si mettono a parlamentare concitati. I tedeschi non chiacchierano, danno ordini o sventagliate di mitra. Poi uno degli uomini in divisa fa un cenno di intesa ai suoi compagni e i due salgono in auto e ripartono.
Questi non sono tedeschi. Le divise sono un trucco, una trappola per smascherare chi è troppo ammanicato cogli occupanti.
L’accento di chi mi interpella sembrerebbe però inequivocabile.
“Documenti”, mi chiede rude.
Lo fisso negli occhi e slego la busta sulla manopola di sinistra da dove riemerge il foglio scritto di suo pugno da Philippe e glielo porgo.
“Sono in missione speciale”, dico.
La mia voce è ferma, come fermo è il suo gesto di rimando.
“Vai - dice. - Forza. Muoviti. Il comando tedesco sta sloggiando da Lanzo”.
Rido. Si torna a casa! E di lì a un mese i partigiani di Philippe liberano la valle.

Categoria Abstract:
Conflitti

Titolo Libro:
Nome di battaglia Provvisorio

Collana:


Autore:
Sofia Gallo - autori vari
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